La tutela della maternità nell’avvocatura: alla Camera la proposta del PD

La tutela della maternità è un diritto costituzionale che si evince dagli articoli 3 e 37. Quest’ultimo, in particolare, afferma che: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. […]”.

Tale norma salvaguarda la salute fisica della donna e del bambino.

L’istituto del congedo di maternità attua i principi costituzionali che tutelano la famiglia (articolo 29 su tutti) e la salute della madre, del nascituro e del neonato nei primi mesi di vita (articolo 32), come affermato anche dalla Corte Costituzionale con le sentenze 1/87, 3/98 e 423/95.

Tale periodo di astensione lavorativo per motivi attinenti alla gravidanza non è, però, previsto e disciplinato per le avvocate, anche se Cassa Forense prevede una indennità di maternità in caso di parto.

In Italia oltre il 50% degli iscritti agli Ordini Forensi è di genere femminile e il 39% degli iscritti alla Cassa di Previdenza ed Assistenza Forense è rappresentato da avvocate, con un numero destinato a crescere negli anni.

Le avvocate non godono di una adeguata tutela legale alla maternità, anzi, si può affermare come sia presente per loro un grave deficit di tutela a causa del mancato riconoscimento del legittimo impedimento a comparire in udienza in stato di gravidanza.

La mancanza di tutela in questo senso crea una limitazione professionale, oltre a rappresentare una vera e propria negazione di diritti a tutela della maternità.

Nonostante il parziale miglioramento registrato negli ultimi anni, con gli appelli dell’organismo unitario dell’avvocatura italiana (con 2 mozioni che chiedono tutela) e la sollecitazione proveniente dal congresso nazionale forense di Rimini dell’ottobre 2016 permane tutt’oggi tale vuoto di tutela.

Il 3 ottobre 2016 il presidente del CNF Andrea Mascherin ha scritto una lettera al Ministro della Giustizia Andrea Orlando inviando una proposta di legge composta di 4 articoli che prevede il rinvio dell’udienza per «legittimo impedimento» per le avvocate negli ultimi mesi di gravidanza e nei primi di maternità chiedendo un adeguamento delle tutele previste per le avvocate a quelle previste per le magistrate.

Alcuni Comitati Pari Opportunità presenti negli Ordini forensi (non in tutti) hanno sottoscritto Protocolli di intesa a tutela della genitorialità per l’attuazione dei principi di uguaglianza di genere e per rimuovere le disparità di trattamento tra avvocati e avvocate.

Questi protocolli sono documenti che promuovono, tra tutti gli operatori di giustizia, avvocati, magistrati e personale amministrativo, iniziative in relazione all’astensione dell’avvocata per il periodo corrispondente al congedo di maternità stabilito, ex art. 16 D.Lgs. n. 151/2001 e con figli fino a tre anni. Nel Protocollo di intesa, sottoscritto il 1 giugno 2011, da tutti gli Uffici Giudiziari e Amministrativi e le Istituzioni Forensi della Corte di Appello di Milano, ad esempio, è previsto il riconoscimento del periodo di congedo di maternità (due mesi antecedenti la data presunta del parto e tre mesi successivi) quale legittimo impedimento dell’avvocata a comparire in udienza, previa richiesta di rinvio, corredata della necessaria documentazione, da presentarsi tempestivamente all’Autorità procedente.

Questi atti, però, non hanno natura vincolante e anche laddove siglati non sono stati rigorosamente rispettati e hanno avuto poca incidenza sulle decisioni dei Giudici.

Anche la giurisprudenza, difatti, è intervenuta sul tema con posizioni oscillanti. Nel maggio 2013 la Corte d’Appello di Firenze ha annullato una sentenza di condanna del Tribunale di Pistoia per “violazione di assistenza dell’imputato” perchè l’avvocata in primo grado non poté presenziare ad una udienza avendo partorito 25 giorni prima e il Gup non ritenne sussistente il legittimo impedimento causato dalla gravidanza.

Mentre la Cassazione è sempre stata granitica nell’affermare il principio secondo cui: “è legittima la decisione del giudice di ritenere insussistente il legittimo impedimento del difensore ex art. 420-ter, comma quinto, codice di procedura penale qualora esso sia dovuto allo stato di gravidanza del difensore, in quanto il solo stato di gravidanza non può di per sé costituire, in assenza di specifiche attestazioni sanitarie indicative di pericolo derivante dall’espletamento delle attività ordinarie professionali, causa di legittimo impedimento” (Cass. Pen., sez. V, sentenza 14 febbraio 2007, n. 8129  e Cass. Pen., sez. V, sentenza 18 aprile 2013, n. 21262).

Per superare questo orientamento è stata presentata alla Camera e ora è stata assegnata alla Commissione Giustizia la proposta di legge PD a firma Rossomando, Amoddio, Censore e altri, n. AC4058 denominata “Modifica all’articolo 420 -er del codice di procedura penale in materia di legittimo impedimento dell’avvocata nel periodo di maternità”.

Tale progetto normativo propone l’aggiunta, all’articolo 420-ter del codice di procedura penale (recante: “impedimento a comparire dell’imputato e del difensore”), di alcuni commi che estendano la normativa al legittimo impedimento dell’avvocata al periodo di maternità nei due mesi antecedenti e nei mesi successivi al parto.

Una semplice modifica che afferma semplicemente il principio di parità di genere nelle libere professioni alla luce dei principi costituzionali ed europei.

 

Alessia Bausone
Dottoranda di ricerca in teoria del diritto e ordine giuridico ed economico europeo, Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro