La caccia all’untore dei no vax e la legge sui vaccini

In data 28 luglio 2017 la Camera dei Deputati ha confermato la fiducia al Governo, per la conversione del d.l. vaccini del 7 giugno 2017, n. 73 recante «disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale» con 305 favorevoli, 147 contrari e 2 astenuti sull’approvazione, senza emendamenti e articoli aggiuntivi dell’unico articolo del disegno di legge di conversione in legge (la cui scadenza è il 6 agosto), nel testo approvato dalla Commissione il 21 luglio scorso (con l’appoggio, oltre ai partiti di maggioranza, anche di Forza Italia e Scelta civica – Ala), identico a quello del Senato (C. 4595, già approvato dal Senato).

Nel testo emendato non far vaccinare i propri figli non rappresenta più condotta a rischio sospensione responsabilità genitoriale, bensì soggetta a una multa da 100 a 500 euro, mentre le cifre originarie oscillavano tra 500 e 7.500 euro.

Il correttivo introduce la convocazione, per i genitori inadempienti, da parte delle competenti ASL, al fine di fornire informazioni in ordine allo stato di vaccinazione dei figli e, quindi, sarà seguito dall’invito ad effettuarli.

Molti genitori si sono opposti all’elevato numero di vaccini introdotti determinato al fine di fronteggiare la sensibile diminuzione delle coperture che ha fatto registrare il cd. “sotto soglia del 95%” per talune rischiose patologie (nel 2016, le coperture vaccinali a 24 mesi di età per anti-difterica, anti-polio, anti-tetanica, anti-epatite B hanno censito un valore medio nazionale pari al 93,3%), fissata dall’Organizzazione mondiale della Sanità quale quota minima di immunizzazione della cittadinanza per poter assicurare un buon livello di sicurezza (la cosiddetta “immunità di gregge”, che protegge indirettamente anche coloro che, per motivi di salute, non possono essere vaccinati).

Se abbiamo a disposizione armi efficaci per prevenire malattie importanti, a volte potenzialmente fatali, perché non usarle?

Che negli ultimi anni si sia verificato un incremento dei rifiuti dei trattamenti vaccinali è notorio.

Ci si dimentica che il rifiuto, sommato ai flussi migratori da paesi in cui le malattie oggetto di vaccinazione obbligatoria sono ancora diffuse, fa temere nuovi rischi di contagio.

E’ notizia pubblicata sui maggiori quotidiani a tiratura nazionale che un impiegato amministrativo del penitenziario di un paesino del cosentino è stato arrestato carabinieri e messo ai domiciliari su richiesta della procura ed accusato di minacce e lesioni personali.

L’uomo è padre di un bimbo autistico convinto che il dirigente medico addetto al punto vaccinale, fosse responsabile della sindrome di cui soffre il figlio.

La colpa – ripeteva a chiunque gli prestasse attenzione – è dei vaccini.

Lo aveva urlato contro anche al dottore, affrontandolo verbalmente più di una volta, ma il medico non aveva mai dato troppo peso alla cosa, pensando fosse solo lo sfogo di un genitore preoccupato.

Nel XVII secolo divampò tra la popolazione la credenza che ci fossero uomini che, spinti da oscuri piani di cospirazione o semplicemente mossi da sentimenti d’odio nei confronti dell’umanità, spargessero ungenti venefici appositamente creati per dare vita alle pestilenze.

Gli untori, così definiti questi uomini a servizio del male, rappresentavano il capro espiatorio di una tragedia non dominabile razionalmente, su cui far convergere tutto l’odio popolare. E durante la peste che investì Milano nel 1630, la figura dell’untore ha la sua più tragica ed efferata apoteosi che si ripete adesso nel XXI secolo contro la categoria dei camici bianchi.

Corsi e ricorsi storici.

L’incremento di rifiuti delle vaccinazioni sarebbe un effetto del fenomeno che i media (i media tradizionali) definiscono come post-verità (o, per usare l’originale espressione inglese, post-truth), ossia delle notizie o di dubbio fondamento, o errate, o anche volutamente false, ma dotate di forte impatto emotivo, che vengono riportate in particolare dai nuovi media, i cosiddetti social media.

Il caso è noto.

Nel 1998 su Lancet apparve uno studio, a firma di Andrew Wakefield e collaboratori del Royal Free Hospital di Londra, condotto su 12 pazienti pediatrici, affetti da disturbi psichiatrici insorti durante lo sviluppo ed associati a diarrea e dolori addominali.

I bambini furono sottoposti a colonscopia, che dimostrò in tutti alterazioni intestinali di vario grado. In nove di questi pazienti fu posta diagnosi di disturbo autistico che, secondo quanto riferito dai genitori, era comparso successivamente alla somministrazione di vaccino MPR (gli altri tre bambini ricevettero rispettivamente diagnosi – uno – di “psicosi disintegrativa” e – gli altri due – di encefalite probabilmente virale o post-vaccinica).

Wakefield illustrò i risultati del suo studio in una conferenza stampa e suggerì di sostituire il vaccino trivalente con tre vaccini singoli. La notizia venne subito ripresa dai media britannici. Sorsero molti gruppi di genitori anti-vaccino, e moltissimi scelsero di non fare più vaccinare i propri figli.

A Londra le percentuali dei bambini vaccinati ebbero un crollo, da oltre il 90% al 50% circa; la ricerca di Wakefield ebbe effetti simili in tutto il mondo anglosassone. Accadde però che le indagini successive non poterono confermare codesti risultati e che il lavoro fu parzialmente ritrattato da dieci coautori nel 2004 e definitivamente ritirato dalla rivista Lancet nel 2010, dopo un’inchiesta del General Medical Council che portò alla radiazione di Wakefield dal Royal College of Surgeon.

Il General Medical Council britannico giudicò Wakefield “irresponsabile e disonesto”. Dalle indagini emersero infatti, oltre ad errori metodologici, alcune circostanze inquietanti: la ricerca era stata finanziata da un avvocato che intendeva promuovere una causa contro le aziende produttrici dei vaccini e lo stesso Wakefield aveva brevettato un sistema per la produzione dei tre vaccini separati.

Vaccinare i propri figli in nome e a tutela della salute pubblica.

Un bene superiore la cui tutela non è affatto incostituzionale, come in molti hanno osservato sia fuori che dentro le aule del Parlamento, e a ricordarcelo è la stessa Corte Costituzionale (sentenza n.20 del 23 giugno 1994) quando scrive che: “…la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione:

  1. a) “se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale (cfr. sentenza 1990 n. 307);
  2. b) se vi sia “la previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili” (ivi);
  3. c) se nell’ipotesi di danno ulteriore alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio – ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica – sia prevista comunque la corresponsione di una “equa indennità” in favore del danneggiato (cfr. sentenza 307 cit. e v. ora legge n. 210/1992). E ciò a prescindere dalla parallela tutela risarcitoria, la quale “trova applicazione tutte le volte che le concrete forme di attuazione della legge impositiva del trattamento o di esecuzione materiale di esso non siano accompagnate dalle cautele o condotte secondo le modalità che lo stato delle conoscenze scientifiche e l’arte prescrivono in relazione alla sua natura” (sulla base dei titoli soggettivi di imputazione e con gli effetti risarcitori pieni previsti dall’art. 2043 c.c.: sentenza n. 307/1990 cit.)….”. Così scriveva appunto la Corte nel 1994, nella sentenza sui giudizi di legittimità costituzionale della legge 27 maggio 1951, n. 165 (Sulla vaccinazione obbligatoria contro l’epatite virale B), della legge 4 febbraio 1966, n. 51, della legge 6 giugno 1939, n. 891 e della legge 5 marzo 1963, n. 292, 20 marzo 1968 n. 419 (Modificazioni alla legge 5 marzo 1963, n. 292, recante provvedimenti per la vaccinazione antitetanica obbligatoria), promossi da alcune ordinanze del Pretore di Bassano del Grappa.

Come ha giustamente stabilito recentemente il T.A.R. Friuli-Venezia Giulia Trieste, Sez. I, Sent., 16-01-2017, n. 20: “…non è in discussione la potestà genitoriale, ma come quest’ultima deve cedere il passo all’interesse generale.

L’iscrizione a un asilo comporta di necessità la convivenza dei bambini in un ambiente ristretto, per cui la mancanza di vaccinazione, per un elementare principio di precauzione sanitaria, si ripercuoterebbe sulla salute degli altri, anche quelli con particolare debolezze e fragilità immunitarie.

Il pur rispettabile e tutelabile interesse individuale deve regredire rispetto all’interesse pubblico, in particolare ove si tratti di tutela della salute.”

 

Valeria Cianciolo
Avvocato del Foro di Bologna